Mentre la procedura d’infrazione pare scongiurata, rimane la scura di Damocle dei futuri adeguamenti di bilancio, con il rischio – come Louis Dantès o il barone Danglars – di dover svendere i gioielli di famiglia (leggasi privatizzazioni, una storia già vista) oppure pagare ben oltre il lecito l’accesso al credito (qualcuno ha detto spread?).
Dal mio modesto punto d’osservazione e con la consapevolezza che alcuni tagli sono dovuti, mi permetto di indicare cinque settori in cui intervenire – a costo zero per gli onesti – che possono essere determinanti per raccogliere risorse, correggere storture del sistema e semplificare la vita agli Italiani.
Un primo ambito su cui mettere mano è quello delle SRLS (società a responsabilità limitata semplificata) di cui è ormai manifesto il loro impatto negativo sull’economia tutta e che devono essere abolite.
Introdotte nel 2013 con l’art.2463-bis Codice Civile, inizialmente riservate agli under-35 per facilitare la nascita delle imprese giovanili e poi allargate a tutti, oggi toccano quasi le 200.000 unità, costitendo oltre il 50% delle nuove costituzioni.
Ma dietro questo boom si nascondono i veri problemi per l’economia tutta. Innanzitutto ogni atto SRLS in sede di costituzione non versa né bollo né diritti al Registro Imprese, con un mancato incasso – per lo Stato – di circa 246 euro. Inoltre l’SRLS spesso non è altro che un’impresa individuale che gode della non responsabilità del titolare, il quale nascondendosi dietro un capitale sociale ridicolo, spesso appena di un euro – può accumulare debiti, soprattutto con il fisco, per poi mettere in liquidazione la società e lasciare i creditori (e nel caso dell’Erario tutti i cittadini onesti che le tasse invece le pagano) con nulla in mano.
Facendo un rapido calcolo, solo di bolli e diritti lo Stato ha ad oggi rimesso quasi 50.000.000 di euro, cui si devono aggiungere gli incalcolabili danni collaterali dovuti agli effetti distorsivi dell’utilizzo delle SRLS, in particolare nei confronti delle società serie.
Tagliare, subito, per recuperare risorse e competitività al Paese.
Un secondo settore in cui la cronaca recente impone un ritorno al virtuoso passato è quello delle autovetture. Ne abbiamo già diffusamente e ripetutamente parlato in passato, ora non possiamo che insistere: l’eliminazione del controllo notarile ha aperto il settore a truffe a ripetizione che hanno un effetto tragico sulle casse nazionali. L’intestazione fittizia di autoveicoli è infatti strumento prediletto per le truffe alle assicurazioni, per non pagare le multe o addirittura per commettere reati.
Se pensiamo che il mercato delle RCA auto vale 2,3 miliardi di euro (con crescite dal 2006, anno in cui c’è stata la deregolamentazione, anche del 10% annuo), due multe su tre in Italia non sono riscosse e il numero delle auto con intestatari fittizi è plausibilmente a cinque zeri, il conteggio è fatto: stiamo regalando una finanziaria al crimine.
Ma per risolvere tutto questo basta tornare ad una semplice autentica, perché aspettare?
Ancora, è di pochi giorni fa l’ennesima campagna giornalistica sull’evasione fiscale che mette nel mirino – in particolare – i professionisti. Senza entrare nel merito degli articoli (sensazionalistici) e o volere procedere a difese corporative della categoria (che continua a svettare nelle classifiche dei contribuenti) qui la soluzione è semplice, banale, immediata, pronta per tutti: il ritorno alla tariffa.
Abrogate nel 2006, riabrogate successivamente in più momenti (e questo già fornisce un’idea delle capacità dei legislatori in materia), il tutto sul vento delle (presunte) liberalizzazioni e declamando che il tutto avveniva nell’interesse del consumatore, ormai è chiaro come ad averci guadagnato sono solo i contraenti forti, assicurazioni e banche in primis.
E a perderci? Tutti noi, dal fisco che incassa meno al semplice cittadino che deve districarsi in una giungla di prezzi dove capire il vero valore della prestazione (e di quanto quindi realmente si paga) è impossibile.
Il ritorno alle tariffe professionali elimina in nuce ogni rischio d’evasione, imponendo compensi certi e trasparenti sia per le parti che per l’Agenzia delle Entrate, la quale potrebbe immediatamente intervenire ove riscontrasse un discostamento e contestare l’omessa dichiarazione della differenza.
Entrando nel dettaglio, in Italia abbiamo circa 2.300.000 di professionisti per un reddito medio di 52.000,00 euro annui, con un totale pari a quasi 120 miliardi di euro. Ipotizzando – con l’introduzione delle tariffe – dell’emersione di redditi non dichiarati pari a solo il 10% del totale attuale si parla di circa 12 miliardi di euro tassabili, oltre IVA.
Per il fisco probabili nuovi incassi per almeno 5 miliardi di euro, sufficienti a coprire – ad esempio – gli annunciati (e smentiti, ma siamo in attesa di certezze) tagli alla scuola: perché non vogliamo salvare l’educazione dei nostri figli?
Muovendoci su un un ulteriore piano, più tecnico e prettamente notarile, si deve invece pensare ai preliminari di vendita dei contratti immobiliari.
Ad oggi è possibile procedere a sottoscrivere un preliminare anche per scrittura privata non autentica da Notaio, con il solo obbligo della registrazione.
La scrittura privata registrata – come spiegato anche nella sezione del sito dedicata al tema – è sicuramente efficace fra le parti (spesso, e questo lo si consiglia sempre, redatta proprio dal Notaio che riceverà poi l’atto definitivo) ma non ha alcuna vincolatività reale, non “bloccando” il bene nei Registri Immobiliari. L’assenza di un effetto prenotativo induce quindi spesso le parti neppure a registrare il preliminare, essendo questo un mero costo che non offre alcun vantaggio in termini civilistici. E la mancata registrazione si traduce ovviamente in un minor incasso per lo Stato. La trascrizione, in verità, ha costi ulteriori non banalissimi (solo di imposte si tratta di circa 500 euro) che tendono a scoraggiare ulteriormente l’acquirente, cui per prassi graverebbe l’onere, a procedere in tal senso.
La chiave di volte è quindi trovare un incentivo che convinca i contraenti a registrare anche perché la strada opposta – e cioè la previsione di sanzioni, comunque modesta, e di una responsabilità solidale da parte dei mediatori – ad oggi non ha riscosso grandi successi.
Il suggerimento che si offre è di prevedere – almeno per i contratti preliminari per persone fisiche – una totale esenzione fiscale degli oneri relativi alla trascrizione, abbinandola eventualmente alla previsione – come da reintrodotta tariffa di cui sopra – di un compenso modesto a favore del Notaio che riceve l’atto, in modo da ridurre al minimo i costi e favorire l’emersione
Innanzi alla possibilità di avere una tutela vera (immobile bloccato nei Registri Immobiliari) allo stesso prezzo della sola registrazione sono certo qualunque acquirente non avrebbe dubbi nel procedere.
I minori incassi derivanti dall’esenzione fiscale per le trascrizioni sarebbero ampiamente recuperati (se non superati) dall’emersione di tutti quei preliminari fino ad oggi non registrati (ricordiamo che solo di spese vive la registrazione di un preliminare sconta circa 300 euro fra imposta di registro fissa e bolli), in un mercato che – ricordiamo sempre i numeri – nel 2018 ha visto circa 580.000 compravendite. Oltre – ovviamente – a prevedere un controllo preliminare ulteriore (quello notarile) che, come provato, riduce il rischio di conflittualità e conseguenti costi per il sistema giustizia.
E proprio sul tema giustizia voglio chiudere questa carrellata di proposte.
Da figlio di un pubblico ministero, cultore dell’indipendenza della magistratura, sostenitore del nostro sistema giudiziario, non posso però esimermi dall’essere consapevole dei tanti problemi che ha la giustizia nel nostro Paese.
Sette anni per un giudizio civile, oltre 4.000.000 di euro di costo annuo, 1210 giorni per recuperare un credito, 158 posto (su 183) nella classifica Doing Business per i tempi di risoluzione dei contratti, sono dei brutali dati che – soprattutto per il civile – danno un’idea del collasso del sistema.
La colpa – e lo dico con forza – non è però dei giudici (salvo eccezioni, e il caso CSM ne è triste recente testimonianza) o degli altri operatori del comparto (Forze dell’Ordine, cancellieri, assistenti, etc..) spesso costretti tra norme farraginose, mole inquietante di lavoro, strumenti obsoleti.
La svolta deve essere sistemica e deve prendere atto che tutti i recenti tentativi di “decogestione” (depenalizzazioni, amnistie, mediazioni assistite o obbligatorie) non sono stati all’altezza della sfida. E’ quindi il momento di tentare una nuova strada, che irrimediabilmente passa attraverso l’esternalizzazione di alcuni momenti della vicenda giudiziaria, coinvolgendo una figura terza, imparziale e qualificata.
Questa figura non può che essere il Notaio, pubblico ufficiale selezionato – nel contesto di un concorso pubblico – secondo un meccanismo assimilabile a quello dei magistrati.
In materia il Notariato (nei singoli Notai, nel CNN, organo di categoria, e in Federnotai, associazione sindacale) ha nel corso degli anni avanzato innumerevoli proposte, tutte tesi a sollevare la magistratura di una serie di incombenze (si veda ad es. in materia di volontaria giurisdizione in assenza di minori, oppure di emissione di decreti ingiuntivi ove manchi l’opposizione del debitore) con l’unico obiettivo di rendere più snella la macchina della giustizia, senza privare i cittadini di tutele.
Potere recuperare subito un credito, non dovere attendere mesi per un’autorizzazione a vendere un immobile di un incapace, risolvere in pochi mesi cause che in genere attendono anni per una sentenza, sono tutte piccole ma decisive svolte che possono migliorare qualità della vita dei singoli e competitività delle nostre imprese.
Concludo qui con un riassunto per punti:
– stop SRLS;
– controlli per le autovetture;
– tariffe obbligatorie;
– preliminari trascritti esenti da imposte;
– semplificazione della giustizia.
Cinque proposte cinque che valgono a mio modesto parere almeno 10 miliardi di euro; l’Europa ce ne chiede circa 23 e metà della somma è lì sopra, già pronta.
Vogliamo nuove tasse, aumentare l’IVA, strangolare l’economia o cambiare veramente il Paese?
Questo non è un romanzo, è la nostra vita, e tocca a noi scegliere se morire d’inedia come il povero Louis Dantès o avere il riscatto del Conte di Montecristo.
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