L’Agenzia delle Entrate blocca accolli e crescita del Paese

da | 19 Nov 2017 | fisco

E’ universalmente nota la favola di Fedro (che riprende Esopo) avente come protagonisti un lupo ed un agnello, con il primo che accusa il secondo per vari finti torti subiti – averlo insultato ma ancora non era nato; intorbidire l’acqua che scorre al contrario; essere colpevole per suo padre il montone.. – al solo fine di poterlo divorare. Ed è infatti proprio così che si conclude il racconto, triste monito che contro le volontà di chi ha mezzi ma non giustificazioni purtroppo non c’è resistenza della ragione.

L’agnello di oggi sono le nostre imprese – nelle vesti di contribuenti – e il lupo, invece, l’Agenzia delle Entrate, che con la risoluzione 140/E  della Direzione Centrale Normativa del 15 novembre 2017 cerca di stroncare il recente fenomeno degli accolli fiscali. In breve, aveva iniziato a diffondersi la prassi ad opera di soggetti dotati di crediti fiscali di accollarsi i debiti con l’Erario di altri, procedendo così ad una compensazione che fra quanto dai primi dovuto a credito e dai secondi a debito. Il meccanismo consente di ovviare ai biblici tempi di rimborso da parte dell’Amministrazione Finanziaria che mettono in seria difficoltà le nostre imprese, sempre alla ricerca di liquidità. Il tema è noto e ampiamente discusso: lo Stato è puntualissimo quando deve riscuote, lento a pagare, da aspettativa di vita di Matusalemme se tenuto a rimborsare.

Bisogna sottolineare come il descritto sistema di compensazione e accollo – il cui relativo atto passa, trattandosi di crediti fiscali, attraverso il notaio, quindi già con un filtro di legalità – non è un’invenzione di qualche “smanettone fiscale” priva di riscontri nel nostro ordinamento; anzi, i riferimenti sono molteplici. In primis vi sono le generali norme in materia di cui agli artt. 1273 e 1241 Codice Civile. Sul punto, inoltre, vi è l’espressa previsione di cui all’art. 8 della legge n. 212 del 27 luglio 2000, che – testualmente – ammette, da un lato, l’estinzione delle obbligazioni tributarie tramite compensazione (comma 1), dall’altro, l’accollo del debito d’imposta altrui senza liberazione del contribuente originario (comma 2). La stessa giurisprudenza di legittimità, con sentenza n. 3608 del 28 marzo 1995, ha affermato il principio della legittimità della volontaria assunzione da parte di un soggetto terzo dell’impegno di pagare le imposte dovute da altro contribuente. Infine, non bisogna dimenticare come anche  l’Unione Europa abbia attivato una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese proprio per i ritardi nei rimborsi erariali, criticità che il meccanismo in oggetto va – brillantemente – a risolvere.

In tutto questo, purtroppo, il lupo Agenzia delle Entrate ha affermato – nella circolare citata – come l’accollo “fiscale” sia un accollo “speciale”, che non può essere assistito da compensazione (diventando, così, un accollo “inutile”). Quest’ultima – si motiva, infatti – agisce solo fra gli stessi soggetti ed essendo il debitore accollato distinto dal (nei confronti del fisco) creditore accollante, fra questo e il fisco medesimo non ci può essere compensazione. Il tutto aggrappandosi a previsione normative (generiche) che rinviano a futuri (e mai emessi) decreti ministeriali di attuazione nonché a risalenti pronunce della Cassazione che interpretano l’estinzione per compensazione possibile in ambito tributario solo se espressamente prevista. La ricostruzione richiamata – tuttavia – senza mai avere avuto una posizione puntuale sull’esatto argomento in trattazione e lasciando scivolare tutti i diritti ed il completo nuovo approccio di cui si è fatto trattato il tanto pubblicizzato Statuto del Contribuente.

Il quadro – duole scriverlo – è desolante. Da un lato abbiamo imprese in crisi di liquidità a causa dello Stato che di fatto nega rimborsi dovuti che permettono di pagare dipendenti, fornitori, imposte locale, costringendole in non pochi casi alla chiusura o addirittura al fallimento, che ricorrono ad un meccanismo nei confini della legalità, previsto da norme di legge e che risponde alle richieste dell’Unione Europea. Dall’altra il volto più vampiresco dell’Amministrazione Finanziaria, che si fa giudice e carnefice (en passant, vi sarebbe anche da risolvere il tema di un’Agenzia delle Entrate che emana risoluzioni vincolanti in conflitto con i diritti e le aspettative dei contribuenti: come se un pubblico ministero potesse legiferare in corso di procedimento sui reati che contesta agli imputati), non versa quanto deve a titolo di rimborso, ci condanna ad ennesime contestazioni di infrazioni del diritto comunitario da parte di Bruxelles, nega liquidità al tessuto economico.

Innanzi a tutto questo vi è una sola soluzione e spetta alla politica. Alla Camera in questi giorni approderà in discussione il decreto fiscale già licenziato dal Senato: ai parlamentari di buona volontà, che hanno a cuore il futuro delle nostre imprese e del Paese, di qualunque schieramento essi siano, chiediamo un emendamento, una norma, che superi quella risoluzione, che metta a tacere la voracità suicida dell’Agenzia delle Entrate e dia indiscutibile cittadinanza all’accollo fiscale e conseguente compensazione nel nostro ordinamento. Non vi è nulla da inventare, già in questo breve intervento sono stati riassunti gli snodi cruciali del tema, si sono ricordate norme generali e speciali già esistenti, i riscontri giurisprudenziali, la presenza di un controllo preventivo notarile di legalità che dà certezze al sistema, i richiami dell’Europa.

Ora mi rivolgo ai nostri rappresentanti in Parlamento – e invito a tutti voi a farlo – e sottolineo loro la possibilità di cambiare concretamente il Paese, l’importanza di non sprecarla e di non perdere tempo (il decreto fiscale, usatelo!). E scegliete così quale Stato volete dare a noi cittadini: quello che chiede solo, negando diritti ed alimentano populismi e rabbia sociale, o quello che dà possibilità, fa aprire le attività, restituisce liquidità al sistema, alimenta ricchezza e dona un domani ai nostri figli?

Fabio Cosenzo

Notaio

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