“Odi et amo” – Catullo non si rivolti – per i bitcoin in Italia.
Se a fine gennaio a Torino si procedeva alla prima compravendita immobiliare – regolarmente ricevuta dal collega Morone – con corrispettivo pagato totalmente in bit-coin, due mesi dopo a Roma la Procura della Repubblica – a seguito di una denuncia partita dalla CONSOB – ha disposto il sequestro – accolto dal GIP – del portale internet Crypt.trade, fra i principali attori del mercato on-line delle cripto-valute.
L’accusa – in particolare – contesta l’illecita vendita di prodotti finanziari, testimoniata – anche – dalla prospettiva di rendimenti iperbolici, fra il 19 ed il 27% mensile.
Le prime reazioni sono ovviamente di contenuto ampio e diverso, fra caccia alle streghe e difese ad oltranza, mancando – come spesso accade – ogni misura. Il provvedimento andrà valutato e commentato con puntualità solo all’esito dell’intero procedimento ma già ora, come già anticipato, ci si può permettere una prima valutazione “d’insieme”: le nuove tecnologie offrono nuove opportunità che non si possono – sic et simpliciter – rifiutare ma che vanno accolte normandole e accompagnandole con strumenti di controllo.
In questo scenario il ruolo di intermediari qualificati e certificati che rappresentino – nel caso italiano – la Repubblica e le sue leggi costituisce l’unica garanzia contro le truffe e l’illecito esercizio di attività finanziarie, come contestato al portale di cui sopra. Il tema diventa centrale anche in ambito societario, con l’avvento di nuovi istituti quali le ICO (inital coin offering) che sono intrinsecamente strumenti “opachi” e con evidenti rischi per i potenziali investitori.
In breve, la sfida è sempre quella delle tutele, normative o volontarie, e chi – Stato o persona fisica o giuridica – si sottrae è destinato ad un ruolo di secondo piano.
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